Le preghiere

Aveva cinque anni Camilla e cantava, cantava così forte che la sua voce arrivava a Dio.
Andava a messa tutte le domeniche nella piccola chiesa di campagna, dove c’era un organo che aveva tante canne argentate e chi lo suonava continuava a muoversi con le gambe come se avesse il ballo di San Vito: schiacciava con i piedi tasti grandi come assi di legno, mentre le sue dita leggere accarezzavano la tastiera bianca e nera.
Serio, con un semplice cenno della testa, l’organista le indicava quando doveva incominciare. A lei toccava l’assolo del Santo e lo cantava raccolta, con devozione, alzando il viso verso il cielo per far uscire meglio la voce: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”, e poi tutti insieme “Osanna nell’alto dei cieli”.
Si sentiva una privilegiata la piccola Camilla, ma non capiva perché toccasse proprio a lei cantare da sola, non credeva di avere una voce particolare. In qualche modo si sentiva benedetta anche lei, come se fosse proprio lei quel ‘Colui che viene nel nome del Signore’. Allora domandava a Gesù: “Signore, perché proprio io? Signore lo vedi non sono fatta per essere santa, io non voglio farmi suora, anche se ti voglio bene, non voglio stare sempre all’asilo, voglio diventare una mamma”. Ma teneva per sé e per Dio quei pensieri e non li confessava a nessuno; così tutte le domeniche cantava e quel canto l’avvicinava a Dio più di qualunque altra preghiera.
Guardava con attenzione il rito dell’Eucarestia, avrebbe voluto assaggiare il vino e mangiare quell’Ostia enorme che il prete spezzava in due, e le sembrava un gesto stupido, dissacrante, rompere quell’Ostia così rotonda e perfetta. “Certo, intera non riuscirebbe ad ingoiarla”- pensava – “si strozzerebbe sull’altare”.
Tutta la simbologia del rito le era totalmente ignota. Eppure le piaceva stare in chiesa e impazziva di gioia quanto il prete intonava ‘Mira il tuo popolo’ e tutti, le sue zie, i suoi zii, suo padre, tutti cantavano insieme toccando note diverse in una melodia che aveva del sublime.
C’era la forza della fede che si intrecciava all’attitudine al canto e alla consuetudine del farlo ormai da anni insieme.
Era orgogliosa la piccola Camilla, aveva una famiglia che sapeva cantare davvero bene e, come lei, era felice di farlo, la gioia si leggeva nei loro volti. Del resto cantavano sempre anche nei campi o insieme alle donne, sui carri, mentre le portavano a raccogliere i pomodori: canzoni di chiesa come Andrò a vederla un dì o Ti saluto o Croce Santa si alternavano a piemontesina bella oppure a bella ciao… l’importante era cantare.
Quando però, nel pomeriggio di domenica, andava al Vespro, Camilla era pervasa da una sonnolenza che le faceva dubitare di essere lei quella benedetta mandata dal Signore appena poche ore prima: proprio non le riusciva di seguire la funzione e la testa le crollava in avanti.
Per rimanere sveglia cercava di concentrarsi sulle espressioni idiote dei chierichetti, ma quelle preghiere in latino, di cui non capiva nulla, le sembravano davvero solo nenie ed erano soporifere, inutile negarlo.
“Dannati chierichetti, stanno lì solo perché sono maschi, non perchè se lo meritano”, cosi pensava e li invidiava perché sapeva che a lei non sarebbe mai toccato quel privilegio; poteva essere brava quanto voleva, ma lì non ci sarebbe mai arrivata. E questo le sembrava ingiusto.
Crescendo, crescevano anche le ingiustizie. “Perché mamma i bambini che non ricevono il battesimo devo andare nel Limbo? Non è colpa loro se non li hanno battezzati”.
“Camilla, non è colpa loro, ma Gesù ha detto che in Paradiso vanno solo le persone che hanno ricevuto il battesimo”. “Ma non è giusto, mamma”. “Non essere superba, Camilla. Ci sono cose che noi non possiamo capire, bisogna avere fede. Ora dì le preghiere e non dimenticarti l’eterno riposo”.
“Oddio i morti, che paura, meglio dirne tre”, pensava la piccola Camilla, mentre si metteva a pancia in giù, trascinandosi sopra la testa quelle coltri pesanti, “speriamo che non sia vero che ti tirano i piedi nel letto mentre dormi”. E nel frattempo recitava in fretta tutte le preghiere che conosceva senza capirne assolutamente il significato e si addormentava con l’affanno.
“Mamma, ma se Dio è buono il diavolo non può prenderci vero?” L’espressione della mamma tradiva un’insicurezza che preoccupava non poco Camilla. “Dì le preghiere Camilla, prega l’Angelo custode, Lui è sempre con te e ti protegge, ma il diavolo ci tenta, non bisogna caderci, non dobbiamo peccare”.
“Come faccio a stare tranquilla”, pensava Camilla, “oltre ad avere questo angelo che vede tutto quello che faccio, non posso neppure essere sicura che il diavolo non proverà a prendermi”. Ma non lo diceva alla mamma, sapeva che era inutile, sembrava spaventata pure lei. Insomma, il bene vince sempre sul male, ma questo diavolo sembra cavarsela, visto che fa così tanta paura a tutti.
E Camilla cresce, canta sempre in chiesa, anche se non fa più l’assolo; dice sempre le preghiere e comincia a capirne il senso; continua a fare domande, ma le risposte sono sempre più confuse e meno convincenti, tanto che un giorno qualcuno le dice “insomma Camilla se vuoi arrivare a capire Dio con la ragione non ci riuscirai mai, devi avere fede, sentirlo con il cuore”.
“E come faccio ad avere fede?” si domandava quella ragazza ormai donna (e se lo domanda ancora oggi). Da allora tante cose sono cambiate, Camilla è invecchiata, va in chiesa raramente, le hanno pure cancellato il Limbo (e un intero Canto della Divina commedia), ha conosciuto Pascal e mille altre teorie, è sempre piena di dubbi e quando le sue figlie le fanno quelle stesse domande ammette la sua incapacità.
“Mamma, ma secondo te, Dio esiste” “Tesoro, non lo so, ma io lo prego, se c’è mi ascolta”, risponde sorridente Camilla. Eh sì, ogni sera Camilla prega, anche solo un minuto, ma parla con Dio, lo saluta, lo ringrazia, gli chiede di imparare ad accettare il “sia fatta la Tua volontà”, perchè nella vita non sempre va come vogliamo noi, e francamente non capiamo perchè e non ci pare neppure giusto, proprio come per il Limbo, e forse verremo cancellati proprio come lui. Ma quando dà la buonanotte alle sue figlie aggiunge: “vi voglio bene, dite una preghiera che vi fa bene”.

Cosa volete che vi dica, forse abbiamo nascosta dentro di noi una particella di Dio e quella brilla nella notte e ci scalda il cuore, se ne frega della ragione, del limbo, di vecchie e nuove dottrine: basta una preghiera e si accende, indomita, scaccia la morte e ci regala un barlume di eternità.

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Informazioni su Grazia Bruschi

Posso essere rondine per tornare, foglia per cadere. Posso essere tutto mentre scrivo, anche felice. https://graziabruschi.wordpress.com/
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3 risposte a Le preghiere

  1. tachimio ha detto:

    Bellissimo questo racconto e ancor di più la conclusione che mi vede sulla stessa riga. Avevo tempo fa preparato un post dove parlavo anch’io di preghiera. Debbo riprenderlo in mano ,vedremo. Comunque complimenti. Isabella

  2. gelsobianco ha detto:

    Grazie, sei talmente profonda che è un piacere per me leggerti.
    E sai scrivere.
    Domani rileggo questo racconto con calma.
    Un abbraccio
    gb

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