Ricordi

“Cichi ?”
“Siii?”
“ Ha smesso?”
“Oh cazzo Nena, è la quarta volta che me lo chiedi, non ha smesso e non smetterà fino a domattina. Non chiedermelo più, per piacere.”
“Ciiichiii?”
“Che cazzo hai ancora!?”
“Ma ti pare il caso che vada avanti a nevicare così, eh?”
“Ma Nena, porca troia, perché rompi i coglioni solo a me? Siamo in cinque qui dentro e tu stracci il cazzo sempre a me. Mi vuoi spiegare perché non provi a parlare anche con gli altri?”
Cichi stava perdendo la pazienza; fingeva di perderla quasi ogni sera.
“Hai ragione Cichi, ma quando fumo mi va di romperti i coglioni”. Nena ride felice e riprendere a inseguire il tempo battendo le mani sulle gambe. E’ cosi da sempre. Tutte le sere siamo chiusi in questa macchina con Bob Marley che ce la mena mentre ascoltiamo Nena che continua a rompere i coglioni a Cichi.
Andrea sorride, o meglio sogghigna, stile iena. Ha i due incisivi rotti da sempre, il ciuffo biondo e non smette di toccarmi. Se non ci fosse lui che mi tocca, comincerei a pensare di essere un uomo anch’io. Sono sempre l’unica donna che gira di notte con questi quattro mezzi tossici… prima o poi ci beccherà la pula e mio padre mi tirerà un culo esagerato. “Nena, scusa, ma non possiamo andare affanculo in giro invece di stare qui tutta la sera?” E’ Buddy. Si toglie i guanti lentamente e con le mani nude accarezza il finestrino. Ha le labbra enormi, il Buddy, e anche l’uccello, sembra, almeno così dicono loro. Non perde mai la calma, è sempre composto anche dopo aver fumato per ore. Pulisce il vetro con le mani, non per sentire il freddo sulla pelle, lo fa solo per non rovinare i guanti. Mi fa rabbia, la sua precisione mi indispone, mi irrita.
Si gira, mi guarda mentre Andrea come sempre ci prova, fa una smorfia con la bocca, come dire “sempre la stessa menata”, poi con aria scocciata controlla fuori. Nevica. Nevica ancora. Nevica sempre.
“Ma dove cazzo vogliamo andare con tutta ‘sta neve? Non riusciamo a fare un cazzo mai, figuriamoci stasera”.
Quando Buddy incomincia a menarsela è dura, non la finisce mai, come la neve.
Guardo fuori, scendono stracci bianchi; se non avessi così freddo uscirei per mettere fuori la lingua a catturarne un paio, stile lucertola. Giriamo il nastro e Bob rincomincia per la terza volta. Chici ripiega con cura la stagnola e la infila in tasca, rolla di nuovo e lecca la cartina con precisione: lo osservo, ha una lingua così appuntita che potrebbe usarla come rapidograph.
Nena si gira come ispirato, ci guarda sorridendo: “Ehi, vi ricordate Titti?”
Titti.
Nessuno parla ma i ricordi decollano, si intrecciano e riempiono la macchina, escono dalle due dita di finestrino aperto.

Come dimenticare. Cazzo, era il più bello, il più bello di tutti. Era sempre ben vestito, indossava camicie azzurre usate che su di lui sembravano nuovissime, arrotolava le maniche fino sotto i gomiti così nessuno poteva vedere i buchi. I suoi occhi nocciola erano dolci come gianduiotti ripieni e ti sapevano accarezzare senza malizia. Mi guardava, i suoi occhi non trattenevano i pensieri. Riusciva a sentire cosa provavo io e io sentivo lui.
Titti. Sembrava davvero un canarino, e forse lo era. In primavera portava un giubbino di renna consumato, camminava leggero lungo i marciapiedi e mentre passava era cullato dai sospiri delle ragazze. La roba non lo toccava, non lo alterava, non riusciva a sporcarlo. Ogni tanto se ne andava preso da un bisogno improvviso e io sapevo dove. Non lo fermavo, mi mettevo ad aspettarlo con pazienza sulla panchina, sapevo che sarebbe tornato. E tornava sempre, ma sempre più triste. “Non riesco a smettere di pensare – mi aveva detto una sera – il mio cervello non smette di pensare, Gra, vorrei morire per smettere di pensare”. Lo abbracciavo, ma non riuscivo a cancellare il suo tormento. Piangevo. Piangevo e lui mi stringeva con tutta la forza che gli rimaneva in quelle braccia crivellate dalla paura.
Poi è morto. Siamo andati a prenderlo. L’abbiamo sepolto. Ci ha lasciato.
“Vi ricordate Titti?” Impossibile dimenticare.
Andrea sogghigna di nuovo. Non riesco a capire se è cattivo o se è solo un po’ idiota.
“Gra, ti ricordi quando siete venuti prendermi a naia? Titti aveva il 128 verde pisello, te lo ricordi?” Mi accorgo che non mi interessano i suoi ricordi, né quelli di Nena, di Cichi, di Buddy. Ma perché cazzo si chiamano così poi? Perché non si chiamano per nome? Ce l’hanno un nome, uno vero?
Sono stanca di stare in questa serra al rosmarino.
Baddy mi guarda. “Sai, una sera nevicava proprio come adesso, stavamo rientrando a casa a piedi e faceva un freddo cane, abbiamo deciso di camminare per tutta la notte senza rovinare la neve. Camminavamo sopra le impronte che aveva lasciato qualcun altro, o forse erano sempre le nostre, l’importante era non rovinare la neve. A me francamente non me ne fregava un cazzo, ma Titti sembrava ossessionato dalla paura di rovinare qualcosa di così perfetto, di candido. Chi cazzo siamo noi – diceva – per sporcare la neve?”.
Buddy mi guarda, pensa forse che io sia la sola in grado di capire quella storia. E forse è vero. Lo capisco: Titti viveva in punta di piedi.
“Non voleva sporcare la neve, lui, e gli hanno strappato l’anima”. Si reinfila i guanti lentamente. “Che si fottano tutti e si fotta anche ‘sta neve. Nena metti in moto si o no?” “Piantala Buddy, non mi va di girare a vuoto. Gra la macchina è tua, decidi tu”.
“Fate quello che vi pare ma tirate su il finestrino, ho freddo”.
Buddy mi lancia uno sguardo carico di odio, mentre il dito medio di Nena si alza, unico trofeo dei perdenti.
Mi arriva la canna, è il mio turno, ma non fumo, non fumo mai. Nena ha uno scatto di disgusto. “Faresti meglio a fumare, Gra, e a iniziare a scopare. Eddai, cazzo, smollati un attimo, ti fa stare meglio, fai ‘sto cazzo di tiro e non vergognarti di essere uguale agli altri”.
Forse ha ragione, ma ora non voglio essere uguale agli altri se gli altri sono loro.
Forse  non mi frega poi molto di loro ma non ho altro da fare. E poi nevica, nevica sempre. Ed è tardi. E’ davvero tardi. E’ davvero troppo tardi. Troppo…
“Signora è tardi, deve uscire dal parcheggio, signora… devo chiudere la sbarra. Signora fra poco passa lo spazzaneve, deve spostarsi”.
Picchia contro il finestrino e cerca di illuminarmi con la sua piccola torcia. Mi sveglia dai ricordi, allontana i fantasmi del passato. Avrà più o meno venti-ventidue anni. E’ biondo, magro e infreddolito. Forse è uno studente che si guadagna qualche soldo facendo il guardiano del nostro vecchio parcheggio, forse non sa nemmeno che vent’anni fa c’erano dei ragazzi come lui che venivano qui quando non sapevano come passare la serata. Se ne torna verso il suo gabbiotto, ricammina sui suoi passi, in equilibrio con le braccia alzate, attento a non calpestare altra neve, proprio come Titti. Giro la chiave, accendo i tergi e tiro una sigaretta. Lentamente ingrano la prima… roba da non credere, sono in una Golf, sempre una Golf dopo più di vent’anni, solo che di verde è rimasta solo la carrozzeria.

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Informazioni su Grazia Bruschi

Posso essere rondine per tornare, foglia per cadere. Posso essere tutto mentre scrivo, anche felice. https://graziabruschi.wordpress.com/
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8 risposte a Ricordi

  1. mamma mia sono stata col fiato sospeso fino all’ultimo minuto… coinvolgente! Ha ragione Intesomale che ti sprona a far prosa, sei bravissima. Un abbraccio virtuale 🙂

  2. rodixidor ha detto:

    Bello leggerti. Il racconto, i ricordi tra la neve prendono. Per essere irriverenti potremmo anche dire che sarebbe uno spot perfetto per una pubblicità: Wolfsvagen naturalmente ! 🙂

  3. ilfumodigiuda ha detto:

    ….Ma è bellissimo Grazia!

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