Appunti di un viaggio nel tempo

Shanghai

Shanghai, la puttana d’oriente, è attraversata da un fiume silenzioso. Lungo il fiume puoi assistere a uno spettacolo insolito: da una riva guardi il futuro, dall’altra il passato. Il presente non c’è, il presente è solo nei tuoi occhi che guardano questa città in cui sembra che tutto possa accadere. Shanghai è uno sgarro a New York, Shanghai è uno schiaffo all’idea della Cina, Shanghai è la Cina che conquista il mondo. Di Mao rimangono vecchi poster, la propaganda comunista, e una statua gigantesca dal lato antico del fiume. Questo futuro mi affascina, salgo all’ottantanovesimo piano per bere un aperitivo nel cielo, lassù ci sono solo nuvole. Piove. Questo lato della città, Pudong, è un immenso luna park: ogni grattacielo è illuminato come un gigantesco albero di natale. Questa è una imponente spettacolarizzazione del futuro, una luminosa e lineare ostentazione di forza: il potere dell’architettura. Osservo attonita queste cattedrali economiche ma senza emozioni interiori, come se la sorpresa si fermasse negli occhi.
Intorno a me un indecifrabile numero di cinesi, tanti, brutti, disordinati, maleducati mi mette a disagio, mi fa sentire razzista. Sputano e, tra un vociare assordante, si urtano, si spingono, telefonano, corrono. Si fermano ai semafori e, in un minuto, diventano un milioni di esseri cinesi in attesa. Mi fermo a guardare: un esercito di pedoni. L’onda gialla si muove informe e travolge tutto ciò che incontra. Travolgerà anche noi, qui capisco che lo farà di certo. Ha più energia di noi. Mi spaventa ma trovo che sia giusto, l’Occidente è un vecchio arcigno, avido, avaro e rincoglionito.
Qui invece non esistono i vecchi. Ma dove li mettono?
Il cibo cinese, che tanto mi piace in Italia, ha un aspetto disgustoso. Siamo certi che non siano Visitor? Alieni che si sono impossessati di corpi umani? Divorano lumache bavose, funghi neri, zampe di gallina bruciate. Alcuni italiani mi guardano e i loro occhi dicono: non sederti, esci, vattene finché sei in tempo. Sono in un altro mondo.
Alloggio in un albergo davvero cinese. Pesci rossi abitano l’albergo e ogni pozza d’acqua che incontro. Sono tanti, sono grandi, sono rossi. Forse sono di buon auspicio.
Piove, piove di continuo, e fa freddo. Prima di partire torno a Pudong, la zona dei grattacieli, per fare qualche foto: ora il futuro è dentro la macchina fotografica, dentro i miei occhi, ma non riesce ad entrare nel cuore: è troppo grande, troppo freddo, troppo potente.
La puttana d’oriente si è emancipata, non ha più protettori, incassa tutto lei. Ora può farsi pagare di più ed è determinata a sedurre e conquistare questo maschio mondo.
Mi giro a guardare un’ultima volta: Dio quanti cinesi ci sono in questo posto. Dio quanti cinesi ci sono in Cina. Dio l’universo ha più cinesi che stelle, sono gialli ma non brillano.

Hanoi

Hanoi è uno sciame di motorini che si muovono a ritmo di clacson. Qui il mistero della complessità si incarna in scooter e dà prova della sua consistenza. Nessuno stop, nessun semaforo, i motorini danzano negli incroci senza fermarsi mai, si sfiorano ma non si toccano, mai. Mi fermo incantata all’angolo di un incrocio: non mi sembra possibile, è un evento surreale. Nessuno si arrabbia, nessuno inveisce, tutti suonano, tutti viaggiano, si incrociano, si schivano. Sono tantissimi, tutti con caschi come berretti da cavallerizzi. Tutti giovani, tutti belli. Anche qui i vecchi sembrano non esistere. Attraversiamo. Il mio compagno di viaggio dice: “passa adagio ma decisa, sono loro che devono schivarti, non metterli in difficoltà facendoti prendere dall’indecisione”.
Il loro è un moto perpetuo, non bisogna interromperlo.
Camminiamo intorno al lago, ci sono tantissime spose. Sono giovanissime, sembrano giovanissime. Ci sono più bandiere rosse che spose, ma l’illusione del comunismo non sembra averla vinta su quella dell’amore. Manifesti di Ho Chi Min non fanno ancora parte del passato, lo ritraggono come momento di gloria ancora presente.
Sono tutti accucciati in strada, i vietnamiti, seduti su minuscoli sgabelli di plastica e mangiano sempre, oppure giocano. È un paese che sta vivendo gli albori del boom economico, in cui si sente fremere la giovinezza. Guardo queste piccole donne vietnamite: sono belle, aggraziate, con i fianchi stretti e un sorriso aperto. Penso alla guerra, agli americani e al loro desiderio, ai francesi e al loro desiderio: queste donne stimolano il desiderio di possederle. Sembrano sveglie, furbe, smaliziate, gentili. Mi piacciono.
Andiamo al mercato. Gli occhi non sanno dove fermarsi: tutto è troppo, ma quel troppo ci sta tutto. Da dove arriva tutta questa roba? Chi la compra visto che tutti sembrano solo intenzionati a vendere? Sono incantata. Forse l’aggettivo giusto è sorpresa, frastornata. Cibo, calze, collane, pulcini, pesci, verdure, legumi, orecchini, scarpe, maglie, sciarpe, matite, e di nuovo collane, mollette, cappelli, caschi, colori, elastici. Qui di certo ci sono anche le famose scarpe delle mosche. Su una bicicletta sono assemblati tutti i fiori del mondo e tra di loro spuntano gli occhietti della piccola fioraia vietnamita: è uno spettacolo, è la primavera in bicicletta; poco importa se i fiori sono tutti di plastica, il profumo si vede.
Mi accorgo dalle insegne dei negozi che la loro lingua è monosillabica. Il compagno di viaggio è indispettito dal fatto che i vietnamiti abbiano adottato l’alfabeto latino, come se avessero così rinunciato alla loro identità. Non credo sia così, sento un dinamismo spumeggiante. Ovviamente è impossibile per me avere la possibilità di comunicare, ma loro sorridono sempre, ci provano comunque. Trasmettono serenità, vitalità. Apprezzo anche il modo evidente in cui cercano di fottere il turista, lo fanno in modo garbatamente esplicito, lasciando spazio alla contrattazione. Credo che abbiano diritto di fregarci, abbiamo un debito con loro noi occidentali.
Guardo la donna davanti al Tempio della letteratura, mi chiede di comprarle una maglietta, mi convinco subito, ne prendo due, non contratto. È felice.
“Ma sei deficiente? Le hai dato 25 dollari, te ne sei accorta?” No, non me ne sono accorta, mi sono accorta che era felice. Ho comprato la felicità con soli 25 dollari.

Halong

Il tragitto che porta alla baia rivela il volto contadino del Vietnam. Il lavoro ha i tratti delle donne coperti dai loro cappelli di paglia, un aratro di legno tirato da un bufalo e tante, tantissime tombe disseminate a grappoli nei campi ai margini della strada. Attraversiamo qualche piccolo paese, un fiume e, dopo una pausa forzata finalizzata a mostrare ai noi turisti i prodotti dell’artigianato locale, arriviamo alla meta. Saliamo sulla grande barca e ci immergiamo nell’arcipelago dove il drago scende in mare: questo è il significato di ha long in lingua vietnamita.
Ciò che entra nei miei occhi è emozione allo stato puro. Sono alle porte del fantastico, sono nel regno che separa il sonno dalla veglia, sono dentro l’impossibile. E l’impossibile prende forma, ed è la forma del desiderio.

Siamo ad Halong amore mio,
ti ho portato ad Halong, con me.
Guardalo con i miei occhi,
respiralo con le mie nari
e vivilo con questo corpo che è tuo.

So che non è vero, so che è solo pretesa di poesia, ma mi piace pensarlo e scriverlo: questo è il regno della magia, del bi-sogno che diventa sogno, del sogno che diventa segno.
Sorrido di questo senso onirico della vita che spesso mi avvolge, ma qui è impossibile non farsi cullare.

Halong è un tempio della terra, Halong è un canto di nostalgia.
Denti sconnessi di un antico drago si ergono dall’acqua come picchi di rocce alberate.
Le strade di Halong sono fiumi verso gli inferi dove piccole barche scivolano mute dentro mondi bui fatti di silenzi.
Portami con te, piccolo Caronte vietnamita, abbandonami alla corrente lenta.
Dedalo di mare aprimi le tue porte invisibili, è ora.
Lascio qui, tra queste rocce, il mio cuore di pietra.

(E ad Halong ti ho lasciato, amore mio, lì, nel regno dei sogni. Era arrivato il tempo della fine.)

Cuore di pietra e stomaco di ferro: il cibo è buono e mangio fino a trovar pace. A stomaco pieno la vita ha un altro sapore, a qualunque latitudine.

Luang Prabang

Atterriamo in Laos ed entriamo in una specie di Eden. Natura, silenzio, pace e bellezza, e il fiume ci accarezza le sponde. Un’ora di volo e sembra di essere in un altro mondo, dove la serenità è l’essenza di ogni cosa, di ogni persona, di ogni respiro.
La città è piccola e tempestata di templi stupendi, discreti come perle sul collo di una signora d’altri tempi.
Qui il tempo si è fermato: “viaggiamo nel tempo non nello spazio” dice il compagno di viaggio. Mi piace questa frase e, come diceva Troisi, mo me lo segno. Visitiamo i templi uno per uno, con religiosa attenzione; camminiamo lungo le sponde del Mekong, ci sediamo e pranziamo in uno dei tanti ristorantini che brulicano lungo la riva del grande fiume fangoso che scorre rapido, più veloce del tempo, perché sa dove andare. Il cibo è buono, gli sguardi cortesi: questo posto dona benessere. Vedo il Buddha disteso (finalmente), il Buddha che sembra una donna (giuro che per me è una donna), il Buddha in piedi, seduto, inginocchiato, con le mani protese, giunte, aperte.
Dio quanti Buddha ci sono qui, ci sono più Buddha che umani. Forse per questo tutto sembra essere pervaso di gioia, una gioia pacata, che sorride silente. E poi il mercato serale, i tragitti in tuc tuc (taxi locali), il meraviglioso tragitto in barca sul Mekong, i piccoli acquisti, la preghiera con il responso di Buddha (ci vede bene lui e sa cosa dirti) e i numerosissimi giovani bonzi (e l’arancione finalmente non è sinonimo di conto arancio).

E’ stato davvero un buon tempo, è stato davvero un bel viaggio, il primo viaggio nel tempo che abbia fatto (finora).

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Informazioni su Grazia Bruschi

Posso essere rondine per tornare, foglia per cadere. Posso essere tutto mentre scrivo, anche felice. https://graziabruschi.wordpress.com/
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4 risposte a Appunti di un viaggio nel tempo

  1. Lorena Landini ha detto:

    Meraviglioso, così fiabesco, così reale…

  2. rodixidor ha detto:

    Bello leggere le tue cartoline di viaggio, ci proponi visioni disincantate di un turista attento, emozionato ma al tempo stesso critico.

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