E la farfalla volava ubriaca
Cercando di ingannare la vita
Vibrava sull’aria in cerca di cielo
Stordita dal profumo dei fiori
L’anima strisciante
Succhiava piacere per non morire
E la farfalla volava ubriaca
Cercando di ingannare la vita
Vibrava sull’aria in cerca di cielo
Stordita dal profumo dei fiori
L’anima strisciante
Succhiava piacere per non morire
come una sigaretta
aspiro il desiderio di un amore
di cui tu sei fumo e io stupida brace
.
Oggi 23 maggio 1368, Clelia Fireste, detta Clelì, di anni 23, sospettata di stregoneria, è stata trovata morta, nuda, impaccata alla grande quercia nell’orto dei Morti. È fatto divieto a chiunque di avvicinarsi per evitare che i suoi malefici arrechino danno alle persone e ai raccolti.
Così dicevano della piccola Clelì, la chiamavano strega perché aveva gli occhi neri come una cornacchia e i capelli ricci, caprini, color della pece, lunghi come la notte. Veniva da un paese lontano e non aveva famiglia. Aveva paura, la piccola Clelì e non si fidava di nessuno.
Tutti scappavano quando arrivava, avevano paura di lei che aveva paura di loro.
Era così bella, così vitale, così forte. Ma così sola, povera piccola.
E così, quando quel giorno il giovane Olmo Butelli si avvicinò per farle una carezza, non scappò via, non morse la sua mano, non graffiò il suo viso, ma si abbandonò, si lasciò amare. Povera piccola Clelì.
Lui le rubò i vestiti e rise del suo amore. Povera piccola strega stregata.
La lascio a terra, scoperta agli occhi di un gruppo di vigliacchi che le sputarono addosso, insultandola e deridendola prima, poi la colpirono con bastoni, sassi, zolle di terra. Tutto poteva andar bene per profanare quel corpo di strega, tranne le mani. Non volevano toccarla, gli infami, avevano paura. La frustarono con una corda che era legata alla quercia dell’orto dei morti, perché lì si legavano i cavalli prima di entrare al cimitero.
Gridavano, ridevano, ululavano come lupi.
Senza toccarla, le girarono la corda intorno al collo, la lanciarono al primo ramo e tirarono, tirarono, tirarono.
Povera piccola Clelì dai neri capelli caprini, il suo ultimo pensiero fu nero e sordo come l’odio da cui germogliava. “Che tu sia maledetto Olmo Butelli e con te la tua progenie. Sia dannato il tuo sangue”.
La morte, però, l’ha sentita, a volte ascolta le preghiere e le esaudisce, oh sì, le esaudisce.
E mentre se la portava via lasciò che quell’odio coprisse il Butelli e la sua carne, e la carne della sua carne, per sempre.
Amèn, Clelì.
Oggi 23 maggio 2012 è stato rinvenuto il corpo senza vita di Sandro Butelli. Le cause del decesso sono ancora ignote. Si pensa a una faida famigliare, visto che tutti i Butelli sono morti o scomparsi in circostanze misteriose sempre lo stesso giorno, da molte generazioni. Tutti casi irrisolti, omicidi efferati e spaventosi. Questi misteri sono ormai diventati leggendari e la popolazione locale parla di un’antica maledizione medioevale.
Le indagini continuano.
Amèn, Clelì.
Non ho mattoni per costruire
Stanze d’amore
Né cemento per armare il cuore
Su palafitte fragili e sconnesse accolgo amanti
Di passaggio
Protetta dal mare torbido dei ricordi
Era lì. Seduto con i gomiti appoggiati al tavolo, la mano sorreggeva il mento, i capelli cadevano sul viso arruffati. Sembrava un uomo stanco, oppure era una donna. Francamente nessuno avrebbe scommesso su cosa fosse stato veramente tanti anni prima: la vecchiaia, come l’infanzia, nasconde le differenze dei sessi, forse perché le sembianze diverse servono solo quando possono dare alla vita il pretesto per continuare ad alimentarsi.
Quando il tuo corpo è acerbo o appassito la natura non perde tempo in inutili distinzioni.
Era seduto, quasi accasciato, e fissava il vuoto.
Chissà cosa pensava, se ancora pensava; il dolore dei ricordi toglieva senso ai suoi pensieri. Fissava il vuoto, sperando che dai suoi desideri potesse materializzarsi qualcuno all’improvviso, e dalla sua bocca usciva come fumo un sottile filo di pensieri.
“Non ricordo più com’ero, né cosa volevo. Ho passato la mia vita a insegnare qualcosa a qualcuno, ma non so più cosa e neppure a chi. Sono un maestro senza allievo”.
Si alzò, non bastavano più i pensieri a dare sfogo alle incertezze e la sua voce echeggiò nella stanza vuota. “Maledetta conoscenza, ti sei impossessata del mio cuore senza darmi il piacere della sconfitta. Ora non puoi più ignorarmi, è arrivato il momento, devi spiegarmi cosa si nasconde dentro ai miei dubbi, prima che io muoia voglio conoscere qualcuno più forte di me, capace di insegnarmi la lezione della vita”.
Come ombre, due donne presero forma nella stanza, sedute intorno al tavolo. Dapprima sembravano uguali, poi lentamente i loro contorni si disegnarono nello spazio, i lineamenti si definirono, le differenze presero corpo, e vita.
La prima aveva circa vent’anni, i suoi occhi erano luminosi, divertenti. Aveva un sorriso curioso e, sotto la sua pelle, scorreva l’energia di chi sa captare nell’aria impercettibili distinzioni.
L’altra era più grande, il suo corpo portava leggeri segni del tempo che disegnavano una sensualità matura. Le gambe accavallate padroneggiavano il suo spazio, le labbra disegnate con cura si schiudevano per raccogliere il fumo impaziente di una sigaretta.
Un sorriso comparve sul viso segnato del vecchio. “Benvenute, siete venute a portarmi la risposta?”
“Difficile a dirsi, mia cara – disse la donna più grande – visto che ancora non ci hai posto domande”.
“Ma come, vi hanno mandato fin qui senza una risposta?”
La più giovane sorrise sorpresa. “Francamente non ci ha mandato nessuno, siamo venute perché tu ci hai chiamato. Io non ho neppure deciso di venire, dov’ero stavo più che bene e mi stavo divertendo”.
“Se è per questo neanch’io ho deciso di venire – disse la seconda con un tono severo e indispettito – con tutte le cose che devo fare di certo non avrei scelto di perdere questo tempo. E, tanto per mettere subito le cose in chiaro, cerca prima di tutto di spiegarci come hai fatto a catapultarci qui e perché, quanto tempo dobbiamo starci e come faremo a ritornare dove eravamo”.
“Ehi, ehi, Cristo, ma ti hanno fatta così o ci sei diventata?”, disse la ragazza mentre si toglieva il giubbotto. Aveva intuito che la cosa non si sarebbe risolta in un attimo, riusciva a respirare le situazioni, non serviva capirle.
“Senti ragazzina, non so tu, ma io di solito ho un sacco di cose da fare, ho dei doveri purtroppo, non ho nessuna intenzione di buttare via il tempo, visto che non riesco ad avere neppure un minuto per me”.
“Si vede, si vede. Mio Dio, non volevo offenderti. Ma, come vedi, siamo qui e quindi mi sembra inutile metterla giù così dura. Cerchiamo invece di capire chi ci ha fatto incontrare e perché, magari riusciamo anche a divertirci”.
“Divertirci? Secondo te io dovrei cercare di divertirmi? Ma ti sembra il caso? Ma cosa ti hanno messo al posto della testa eh?”
La vecchia le guardava stupita, alleggerita dalla solitudine, non sapeva come interrompere quel piacevole duello, dentro di sé voleva solo trovare il modo per entrare in quell’intreccio incomprensibile.
“Chi siete? – domandò piano – Come vi chiamate?”
“Ma scusa, tu ci hai chiamato e non sai neppure chi siamo?” La donna si accese una sigaretta, aprì la borsa e con un gesto quasi automatico posò sul tavolo blocco e penna.
“Io stavo solo cercando una risposta, non ho chiamato nessuno io, non so chi siete né chi vi ha mandato, e, a questo punto, non so neppure perché siete qui”.
“Certo non per prendere appunti – disse la ragazza guardando la donna che già scriveva sul foglio bianco – a meno che non sia una lezione importante, in tal caso ditemelo ‘che non vorrei arrivare impreparata all’esame, non voglio rovinarmi la media…”.
Rideva divertita, gesticolando come se dovesse spargere nell’aria i semi del suo buonumore. Come darle torto, la situazione stava diventando comica, solo che ancora non si capiva chi era il regista di questa strana commedia e se la sceneggiatura era già scritta o ancora tutta da inventare.
“Senti, adesso basta, piantala di scherzare, sei davvero fuori luogo”.
“Uuuh, una vera donna in carriera la nostra amica, abituata al comando. Senti nonna, ma ne hai già conosciute altre così o è la prima? Non ce la potevamo risparmiare?”
La vecchia sorrise divertita, poi guardò la donna e con lo sguardo le chiese di perdonare la sincerità crudele della ragazza.
Questo triangolo degli anni cominciava ad avere un suo ritmo. La vecchia si alzò piano, andò nella stanza accanto – era la cucina – tornò con una torta alle mandorle e carote. L’appoggiò sul tavolo che era ricoperto da una lastra di vetro verde, quasi uno specchio dove le tre donne si riflettevano e si osservavano. Prese i bicchieri da una piccola credenza, e chiese: “volete vino o acqua? Non ho altro, non sono abituata a ricevere visite”.
Le due donne erano troppo impegnate a studiarsi per risponderle, e così lei abbandonò sul tavolo l’acqua e riempì i bicchieri con il vino. Solo due dita però, nel caso avessero preferito fare come lei che dava solo un po’ di colore alla trasparenza dell’acqua. Sul tavolo, davanti alla ragazza, c’era un pacchetto di sigarette stropicciate e uno zippo luccicante.
“Posso avere una sigaretta anch’io? – chiese la vecchia – sono anni che non fumo, ma oggi credo che ne valga la pena, che ne dite, posso?”
“Certo” risposero insieme le due donne.
La vecchia prese una marlboro dalle mani della donna, poi si fece passare l’accendino dalla ragazza, lo aprì facendolo volteggiare tra le dita e lo accese.
“Cazzo nonna, sei un mostro – disse la ragazza – giuro che non ci avrei scommesso un grammo”.
Rise anche la donna, poi guardò la ragazza con aria di sfida e le disse. “Passamelo allora, e impara!” Prese lo zippo con grande padronanza e lo accese con un semplice schiocco delle dita.
“Io non l’ho fatto solo perché le mie dita non rispondono più bene” si difese la vecchia, “ma alla vostra età…”
“Alla nostra età cosa? – la interruppe la ragazza, ignorando del tutto l’abilità della donna – Dicci nonna cosa facevi alla nostra età?”
“E’ la prima cosa sensata che hai detto da quando siamo qui. La prego Signora ci dica di lei, forse riusciremo a scoprire perché siamo qui”. Lo aveva chiesto gentilmente, ma non suonava come una domanda. Era abituata a dare ordini, la donna, e tutto quello che diceva o faceva sembrava mosso da logiche ferree. Anche la ragazza si acquietò improvvisamente, incrociò una gamba sotto l’altra sulla sedia, appoggiò i gomiti sul tavolo, raccolse il viso nelle mani e aspettò.
“Mi chiamo Elisa e ho settant’anni – lesse i loro sguardi e continuò – lo so che ne dimostro di più, ma ultimamente mi sono lasciata andare, non avevo più nessun motivo per curare la mia persona. Sono sempre stata una donna indaffarata, ho lavorato tanto e ho sempre cercato di aiutare gli altri, poi un giorno mi sono trovata improvvisamente sola, senza più cose da fare, con una strana ansia addosso che ho nascosto, ma che a un certo punto è esplosa. Ho insegnato per tutta la vita e ora non ho più allievi, nessuno con cui confrontarmi. A che serve sapere tutte le cose se non puoi insegnarle a nessuno, se nessuno ti fa più domande, se non puoi più dare niente? Imparare, insegnare, alunno, maestro, cosa vuol dire? Voi sapete rispondere? Chi vince in questa lotta?”
Il fumo era l’unica cosa che si muoveva in quella stanza. La donna e la ragazza si guardarono in silenzio; non capivano. Forse è un principio di arteriosclerosi, si domandava la ragazza. Madonna come ci si riduce quando si ha troppo tempo per pensare, sentenziava nella mente la donna.
“Lo sapevo, non capite, siete ancora troppo in corsa per riuscire a intuire i drammi di una povera vecchia. E’ così che vi sembro vero? Una povera vecchia, forse anche un po’ pazza”.
Le due donne non risposero, non erano abituate a mentire e nel dubbio preferirono tacere.
“Vedi nonna – disse la ragazza – posso chiamarti nonna vero?”
“Certo piccola, puoi”
“Tu parli di maestro, di insegnare, ma io fino a oggi non ho fatto altro che studiare, sono troppo giovane per insegnare qualcosa a qualcuno, forse sono la persona sbagliata, mi hai chiamato inutilmente”.
“Mia cara tu difficilmente riuscirai mai a insegnare qualcosa, perlomeno se continui così – sogghignò la donna – non mi sembri padrona di nulla, neppure di te stessa, quindi…”.
“Non dite sciocchezze – disse la vecchia – se siete qui ci deve essere di certo una ragione, ognuna di voi porta con sé una risposta, devo solo capire a quale domanda; certo! quello che manca è una domanda”.
Il tono deciso della vecchia interruppe la guerriglia di parole.
“Mi scusi signora, non riesco a controllare il mio egocentrismo; scusami – disse la donna rivolta alla ragazza – ma i giovani mi irritano, mi infastidisce la loro scarsa propensione ai doveri, sono irresponsabili, sanno riconoscere e soddisfare solo i loro bisogni. Mi irritano perché riescono a fare con naturalezza quello che io oggi non posso più fare, anche se mi sforzo. E non capisco neppure cosa vorrei fare o casa dovrei fare”.
Evviva, era partito il secondo delirio, l’incomprensibile ricerca di una seconda domanda.
La ragazza fissava sbigottita la donna, si sentiva come davanti a uno strapiombo, doveva state attenta, attentissima a non finirci dentro.
“Non avere paura – le disse la vecchia che intuì quell’angoscia – non è ancora dalla mia parte, ma non è più dalla tua. C’è una metamorfosi per ogni stagione della vita, l’adolescenza cambia il corpo, la maturità la mente, la vecchiaia l’anima. Nessuno vuole lasciare la parte che perde, ma ne è costretto e per non soffrire finge di odiarla. Lei disprezza i giovani, la libertà che li guida, io odio la conoscenza, l’intelligenza solo perché il mio cervello è stanco, la mia anima lo sta annebbiando perché è arrivato il suo momento”.
“Splendido – interruppe sarcastica la donna – quarant’anni ovvero la seconda adolescenza. Avrà anche ragione signora, ma vede io non rinuncerei a nulla di quello che ho in cambio dei suoi giovani anni, nulla, neppure a uno zero sul mio conto corrente”.
“E io non rinuncerei al piacere di arrivarci al tuo conto corrente – la rispose la ragazza – se penso alla fatica che devo fare per avere qualche lira in tasca!”
“Lavori tanto?” chiese la vecchia.
“No nonna, stai tranquilla. Te l’ho detto, studio, ma mi do da fare per racimolare qualche soldo, sai…le sigarette, la discoteca, i libri…”
“E un ragazzo? Dimmi ce l’hai un ragazzo?”
“Ogni tanto, nonna, ogni tanto. Li cambio, sai non è facile averne uno solo”.
“Mi dispiace”.
“E perché! A me non dispiace affatto”.
“Mi dispiace perché sei costretta a spargere amore come coriandoli; l’amore è una stella filante, lunghissima, aggrovigliata, a volte la trovi a terra spezzata, ma è una”.
“Hai detto bene nonna, l’amore è una mascherata”.
“Non volevo dire questo”.
“Ma l’hai detto; la verità viene sempre a galla, come i cadaveri”.
“E chi galleggia nel tuo cuore?”
“Ma che vuoi dire? non ti capisco. Dai, piantala nonna, fumati un’altra sigaretta”.
Era assorta, la vecchia, ma non si rassegnava. “Non voglio dire nulla, voglio capire. Se sei arrivata qui una ragione ci deve pur essere, non credi? Non hai insegnato, studi; non hai un amore…Cosa ti avrà portato qui?”
“Non lo so nonna, io stavo seguendo le fila dei moscerini”.
“Cosa?”
“Seguivo le fila dei moscerini. Lo faccio ogni anno e quando arrivano le seguo”.
Si accese una sigaretta e guardò con un po’ di tristezza il suo accendino.
“E dove ti portano?”
“Sul mio campo di battaglia…”
La donna, che era rimasta in silenzio fino a quel momento scoppiò in una risata. “Stai delirando anche tu, nonostante l’età stai delirando”. Era compiaciuta, il delirio colpiva anche i più giovani.
La vecchia invece continuava a guardare la ragazza che non riuscì più ad arginare la collera contro la donna.
“Sei convinta di essere la sola in guerra vero? Solo a te onori in battaglia e lacrime per i tuoi sentimenti uccisi, hai solo desideri mummificati”.
“Certo, sono in sempre in trincea e sono abituata a seppellire i miei morti, non li lasci galleggiare”.
“Io no! Io non li lascio morire, preferisco seguire le file dei moscerini, loro ogni anno ritornano, lungo i campi, nella pausa che separa il giorno dalla notte. E’ l’unica cosa che so aspettare, devo aspettare per non farli morire, per farlo tornare”.
“Continua piccola, chi deve tornare?” chiese la vecchia.
“Un guerriero spavaldo, gli ho insegnato ad aprire l’armatura e ci ho infilato il mio amore”.
“Dio ti ringrazio – sospirò la vecchia – almeno nel delirio troviamo qualcosa che ci accomuna”.
La ragazza si ribellò. “Non sto delirando, piantatela, non posso dirvi tutto, ci metterei una vita e poi non mi va che quella lì sappia i fatti miei, è tagliente più della spada”.
La donna, offesa, reagì con tono pacato e severo.
“Senta Signora, questa è casa sua e io non me ne posso andare, quindi esigo almeno un po’ di rispetto. Ho già chiesto scusa, voglio solo uscire da questa situazione, per piacere ignoratemi, fingete che io non ci sia”.
“Non possiamo ignorarci, dobbiamo trovare cosa ci unisce, quello che ci separa è ormai evidente. Continua piccola, cosa hai insegnato al tuo guerriero?”
“Il modo per andarsene, nonna. Gli ho insegnato ad aprirsi, a non temere il confronto, il piacere del chiedere, la magia della parola, la forza di una lacrima, gli ho fatto contare le stelle del cielo, le lucciole nei prati, alzare il mento e chinare lo sguardo, sentire la pelle che si asciuga e seguire le fila dei moscerini”.
“E lui ?” chiese la donna, che ora era attenta.
“Se n’è andato”.
“Peccato” disse la vecchia.
“Ritorna, nonna, torna ogni anno, segue le fila dei moscerini e ritorna, come uno spettro del passato. Viene a prendersi la sua dose di forza e a regalarmi le sue debolezze”.
“E tu ogni anno gli fai ripassare la lezione, è così ?”
“E’ così!”
“E continuerai a farlo – intervenne la donna – sai perché? Vuoi convincerti che darsi sia l’unica cosa vera che possiamo fare, e quando arriverai alla mia età ti darai a pezzi e qualcuno, dopo averti divorato, dirà che eri in saldo, una specie di svendita dei sentimenti”.
“Touché – disse la ragazza – ma io non mi svendo, mi regalo”.
“Non ti alterare piccola, lei voleva solo dirti che a volte è meglio non esporsi troppo”.
“Preferisco che la mia frutta marcisca esposta sulle bancarelle della strada, piuttosto che ritrovarla ammuffita nella mia dispensa”.
“Ragazza mia sei una maestra potenziale, ma sei giovane, di sicuro hai poche ferite”.
“Una sola, nonna, ma è una piaga, e si riapre ogni anno”.
Il dolore si mischiò al fumo, ma la vecchia continuò: doveva trovare la domanda, e iniziò a cercarla nella donna.
“E tu, bella signora, quante ferite nascondi?”
“Tante, troppe, ma ormai so sopportare il dolore, non è quello che mi tormenta. E’ l’apatia che mi distrugge, mi manca il duello, l’uso delle tecniche, nessuno è più in grado di raccogliere la sfida. Io non conto più le stelle, non seguo le file dei moscerini, non voglio più insegnare, ho imparato a mie spese che i guerrieri tolgono l’armatura solo per entrare nel tuo letto, sono cavalieri inconsistenti. Ora l’unica cosa che cerco è lo scontro, voglio affrontarli con l’armatura, vedere il sudore sotto gli elmi che nasconde la loro identità, pesanti nei sentimenti, ridicoli nella logica, splendenti nella corazza di arroganza. Voglio trascinarli sul mio campo di battaglia, infilzare la mia spada negli spiragli dell’armatura e vederli soffrire”.
“Non soffrono – disse la vecchia – ancora ti illudi che l’arma dell’intelligenza sia sufficiente contro il guerriero? Neppure l’anima lo è, lo so, ci ho provato e ora non so più cosa fare”.
“Francamente non so cosa spero, non so…”
“Neppure io so più cosa fare, come andare avanti…”
Erano arrivate a un punto morto, il punto comune, gli anni sottolineavano solo inutili distinzioni. La vecchia, guardando le due donne, incominciava a capire, il suo sguardo correva da una all’altra e tagliava il fumo che le avvolgeva. Non ci aveva fatto caso prima, forse per distrazione o per paura o perché non voleva ancora rassegnarsi ad abbandonare l’intelligenza per sentire con l’anima. Ma la sua metamorfosi era incominciata, ne sentiva le vibrazioni.
“Ho capito – disse piano, quasi con vergogna – avrei dovuto capirlo prima, ma non ero ancora pronta. Voi siete la stessa persona, non affannatevi a lottare, siete una, siamo una, non è per noi che siamo qui, con i nostri deliri, il bisogno di insegnare, la nostra voglia di vincere. Qualcuno di certo ci sta osservando, ma chi, mio Dio, perché? Come hanno fatto a portarci qui, insieme?”
Le donne erano mute, non dubitavano, una parte di loro diceva che l’assurdo era vero. Si toccarono, tutte e tre, quasi contemporaneamente, per sentire se ancora c’erano, per dare forma al loro corpo e tranquillizzarsi: erano vive. Questa era l’unica cosa importante, tutto il resto era inutile. L’attesa durò un attimo eterno.
Una voce senza tempo parlò con il silenzio.
“Non lo voglio, grazie, ti ho già detto che non lo voglio. Perché dovrei volere un corpo, quel corpo? Le vedi, mi vedi cosa dovrei diventare? No, grazie, preferisco rimanere qui, mi basta la mia anima. Ma guardale, sono disperate, in pieno delirio, non trovano pace, non hanno ancora capito perché sono vive. Non voglio essere loro, voglio rimanere anima, guarda quanti problemi mi può dare un misero corpo”.
“No, cazzo, vuole rinunciare – disse la ragazza – se lei non nasce noi non ci saremo”.
“Neanche da anima abbiamo le palle – aggiunse la donna – altro che guerrieri e armature”.
“Piantala di essere sempre pungente, questa ci fotte, se non riusciamo a farle cambiare idea siamo fottute, fine”.
La vecchia, che già aveva visto cadere la pelle più volte, intuì la paura, quella vera. Non deve essere facile perdere l’anima. Cercò di insegnare a un alunno che ben conosceva: “non ti affannare, tanto noi non decidiamo nulla, non tocca a noi stabile se, come e quando. E’ la vita che decide. Quindi rassegnati e cerca di comportarti bene da subito. Avrai tutto il tempo per illuderti, desiderare, combattere e conoscere quelle distinzioni che diventano inutili, scompaiono e si acquietano solo quando il tuo corpo si unisce al guerriero per diventare uno, quando la tua intelligenza lo affronta e cade, e nella sconfitta si rafforza e si placa, quando la tua anima non si perde nella solitudine della notte ma trova sempre la sua armatura che splende, perché riflette la luce del tuo amore, perché gli hai saputo insegnare, incurante di piaghe, ferite e cicatrici, quanto tu voglia essere curata. Meravigliose distinzioni che generano la vita. Noi siamo qui, cara, aspettiamo il tuo arrivo”.
“Questa vecchia è totalmente pazza, io lì non ci vado, è tutto così confuso, mentre qui tutto è così chiaro. Non insistere, io resto qui”.
L’anima non voleva cedere.
“Cosa? Non posso scegliere? E perché? Vince la vita? Le solite balle, insomma. Che dici? Scusa, scusa. Okey, okey, non ti alterare, va bene, vado! non capisco ma vado, eccomi. Un corpo… che storia, chissà come sarà. Tu che dici, eh? ma sì io vado… magari mi diverto”.
Demesio, detto nonno Messio, aveva due occhi azzurri languidi e buoni, i capelli bianchi con qualche striatura argentata appena accennata. Era alto, imponente, aveva le mani grandi, come il suo cuore. Faceva parte di una grande famiglia di agricoltori, ma lui, più che della terra, aveva il sapore del grano.
Saggio, equilibrato, giusto come un patriarca, aveva una Fede Fiduciosa. Aveva fatto la novena alla Madonna perché non voleva morire nel sonno, voleva vivere cosciente il trapasso. Forse voleva andare incontro al sommo Giudice con l’umile fierezza di un gran brav’uomo, o forse era così attaccato alla vita che non voleva perdersene neppure un attimo. La Madonna ha esaudito il suo desiderio, è morto in piedi.
Amava con infinita dolcezza quel gendarme che lui chiamava “la me Lisetta”, la madre dei suoi dieci figli, cinque maschi e cinque femmine. Una donna forte, coraggiosa, che nascondeva con tutte le sue forze quell’infinita bontà e quella generosità che era costretta a dosare, visto che tanti erano i volti da amare e le braccia da stringere.
Era temuta, rispettata e tanto amata. Ha potuto vedere, amare e benevolmente sgridare ben ventidue nipoti.
Divertente, ironica, dotata di una feroce intelligenza, diffidente per protezione: “vada ragasa se par la stra te trovet v’un che l’è dre mor, fermat mia, dì cal mora” (guarda ragazza se per la strada trovi uno che sta per morire, non fermarti, dì che muoia).
Guardo mio padre e vedo pezzi di loro e li ritrovo nei miei occhi, nel mio cuore, nella mia mente, nelle mie cellule. Tutta la mia infanzia e la mia adolescenza parla di loro, tutta la mia storia non è altro che un capitolo della loro.
Poi giro la moneta della vita e trovo altri due volti, un’altra storia, ma il libro è uno, è sempre il mio.
Vedo un sigaro toscano, un uomo forte, fiero, intelligente, dal carattere ribelle. Nessun compromesso è accettato, nessuna debolezza è ammessa, il bene non prevede sfumature. È mio nonno Antonio: non ha studiato ma conosce a memoria la Divina Commedia, impara ogni giorno su un’Enciclopedia Garzanti che vende come secondo lavoro.
Lavora all’Agip, in cantiere, e dal sud arriva fino a Piacenza, supercortemaggiore. Una piccola paga per 5 figli, ma ha una forza che lo anima, un’energia che quasi lo consuma. Ha i capelli candidi e folti, la pelle scura e una Fede Guerriera. “Cerca di conoscere sempre più che puoi, studia, impara, ma non dimenticarti mai che non siamo nulla, tutto è nelle mani di Dio. Ma lui ci ascolta, chiedi e ti sarà dato”.
Al suo fianco c’è una donna che è l’incarnazione della bontà, quella incondizionata, che arriva a sopportare qualunque cosa. Annunziata, nonnanunziata.
Lei è un frigo sempre pronto, un pezzo di pane, un fico – anzi tre, un fazzoletto. Lei è mille sorrisi intrecciati, un sospiro di pazienza, un invito al silenzio, uno sguardo di dolore. Lei è mille proverbi meridionali, un paio di orecchini, un quadro del Sacro Cuore, la tavola apparecchiata, i bucatini col sugo di carne. Lei è la sopportazione infinita. Lei è la Mamma di mia mamma. Lei è l’ultima lacrima che scivola sul suo viso mentre muore e la mia voce che le sussurra piangendo “non avere paura, non avere paura, ciao nonna, grazie”.